Storia

Cheraschese 1904

La storia nei documenti

Fascicoli e fascicoli rilegati in faldoni, documenti anonimi, firmati o autografati, semplici testimonianze scritte, fotografie, manifesti, reperti, oggetti: profumo imponente di antico, di “storico” che trasuda anche dalle restaurate pareti del palazzo che fu di proprietà del Conte Pietro Francesco Icheri, sito in via Monte di Pietà a Cherasco. Da tutte queste “voci” si può risalire al tempo remoto, a quel periodo che le menti umane non possono ricordare: la Storia. 
Il primo documento che abbiamo ritrovato riguardante una sorta di notizia “quasi” sportiva risale al 23 ottobre 1821.

Dell’anno successivo, invece, è il primo documento che testimonia una vera e propria gara di pallone fra le squadre di Roddi e Cherasco .Dopo l’Unità d’Italia, l’amministrazione comunale di Cherasco prese sempre più a cuore l’organizzazione di manifestazioni sportive, tanto da scrivere, un manifesto datato 4 settembre 1893 e rivolto a tutta la popolazione

Pallone al bracciale

Nel 1916, finalmente, il primo documento dove compare la parola “football”, anzi, storpiando il termine inglese, “foot-balls”: è una cartolina nella quale si riporta “della squadra di Alba, venuti a giocare con la squadra di Cherasco ad una partita di foot-balls, le hanno buscate e si ripropongono ora al sindaco perché voglia informare dei giovinotti di costì a formare una squadra di foot-balls e anche di mettere quella coppa che lei aveva detto…”.

E’ la prima testimonianza dell’esistenza di una squadra di calcio a Cherasco, anche se l’Unione Sportiva non aveva ancora una squadra regolare: ciò si verificherà solo dal secondo dopoguerra in avanti, quando la Cheraschese, riorganizzata dal “trio dei padri fondatori” Bottero, Gallo e Monchio, assume la parvenza di una vera e propria società

Ma è nell’epoca della dittatura fascista che il corpo umano, in tutte le sue espressioni e attitudini sportive, conquista il centro della scena. Il culto del corpo, dello sforzo fisico, della disciplina, sono sempre stati il cavallo di battaglia del programma educativo dei gerarchi del tempo: nel 1927, il “programma nazionale di controllo” di tutte le attività di qualsiasi genere rivelò quante fossero le associazioni sportive cheraschesi. Cinque, composte dall’oratorio maschile e femminile, un circolo sociale, una società filarmonica, una di mutuo soccorso e una società sportiva. Ma il documento recuperato va oltre, precisando anche che “la società sportiva ha 110 soci che garantiscono il funzionamento dell’associazione insieme con i sussidi comunali e che si sta provvedendo per l’istituzione di un dopo-lavoro (mai per la verità troppo gradita dai cheraschesi, a causa della rigidità dello statuto che prevedeva la netta separazione dei maschi dalle femmine). al 1929 risale il documento certamente più importante della storia dell’Unione Sportiva Cheraschese, perché permette di risalire (con sufficiente approssimazione), alla data di fondazione della società, Il “reperto” consiste in una locandina che celebra il “25° anniversario della fondazione della Società” e che invita la cittadinanza a tutta una serie di programmi e cerimonie commemorative che avrebbero occupato un’intera settimana, dal 15 al 22 settembre

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Ma la crescente popolarità di qualunque sorta di attività fisica evidenziò anche la carenza di strutture di cui i cheraschesi potevano disporre. Non solo si avvertì l’esigenza di un nuovo campo da gioco per il football, ma anche quella di una palestra dove svolgere attività per il corpo libero. Ma tra circolari del Partito Nazionale Fascista che esortavano la costruzione di un campo sportivo e risposte del Podestà si arrivò ben oltre la fine della seconda guerra mondiale (e la caduta del fascismo). Solo nel 1953 si posero le basi per la costruzione del futuro impianto sportivo, impianto che venne inaugurato tredici anni dopo, nel 1966, e che ancora oggi viene utilizzato per le partite della Cheraschese. “E’ stato creato in Cherasco un gruppo scout che conta già un discreto numero di aderenti e si chiede un aiuto economico per il funzionamento dello stesso, e per l’inaugurazione del nuovo campo sportivo dedicato ad Emilio Roella”.

Dal 1904 al 1944

Alla fine della Prima Guerra Mondiale anche Cherasco pagò il suo contributo di caduti alla Nazione. Secondo un conteggio effettuato negli anni 1920-’21, furono quasi duecento i Cheraschesi che non fecero più ritorno a casa 

Nel 1917 la città piombò in una crisi profonda, e sebbene non mancarono effettivamente mai le scorte mensili programmate, si dovette ricorrere al razionamento del pane, delle farine e dei cereali, per sopravvivere alle carenze portate dal conflitto

Chi ebbe la fortuna di tornare nel ’18 – ‘19 si trovò davanti una situazione drammatica, con la produzione delle campagne piombata ai minimi storici 

Per certi versi il dopoguerra, a Cherasco, fu più duro dell’evento bellico stesso

Pian piano la vita riprese, e il sindaco dimessosi quattro anni prima, Carlo Galli Della Mantica, riacquistò il 22 marzo 1919 la “sua” poltrona in Municipio.

Nel ’21 si stanziarono sessanta mila lire per la costruzione della strada di Rio Tiglietto, per la riattazione di quella che portava a Cervere e perfino per lavori di miglioria e ampliamento del cimitero. 
Il ridimensionamento di Cherasco corse inesorabile: nel 1921 la città venne privata, dopo molte polemiche, della Pretura 
Neanche le reiterate proteste della popolazione, proseguite fino al 1925, fecero cambiare idea a Roma.
Intanto la popolazione continuava a invecchiare e diminuire, nonostante i dati del censimento ufficiale sembrassero certificare il contrario: 8.562 abitanti nel 1921, 8.937 nel ’31, 8.309 nel 1936.

Ma si stava insinuando, anche a Cherasco, il cancro del fascismo. Carlo Galli della Mantica fu costretto di nuovo a dimettersi(…) Fu nominato Podestà Giuseppe Farinetti, che restò in carica fino al 1933, quando, dopo un periodo di commissariamento durato 4 mesi, gli subentrò l’industriale Enrico Chicco, già commissario straordinario (dopo Lecchi) poco tempo prima. 
Nel 1925 il PNF cercò di prendere possesso di tutte le istituzioni della città, e contemporaneamente cominciò la personale verifica di quanti cittadini fossero già iscritti al partito.
Nel 1929 le elezioni nazionali portarono al solito consenso plebiscitario al regime: a Cherasco votarono il fascio il 93% dei cittadini. 
La vita cittadina era ormai segnata e si svolgeva secondo le tempistiche e le iniziative fasciste: si svolgevano quasi settimanalmente manifestazioni (di ogni sorta, ma le più seguite erano quelle sportive, anche se il football non era certo lo sport di regime…), organizzate dal partito, che terminavano sempre con il discorso di ex-combattenti e l’esposizione di ogni sorta di vessilli e drappi neri da parte dei giovani Balilla.

Il fascismo si era impossessato, anche con la forza, della vita dei Cheraschesi, ma non del cuore della maggioranza della popolazione. Ancora nel 1933, da Cuneo, si pretese che il Podestà di Cherasco svolgesse un’indagine per verificare la “fascistizzazione” degli enti funzionanti nella città. 
E i più cedettero solo di fronte alle minacce e alle violenze ripetute. Così risultò che nell’amministrazione delle Opere Pie ci fossero due persone (Francesco Raselli e Eugenio Pelizza) ancora non iscritti al partito, che al Monte di Pietà, Opera Pia Oberto, la maggioranza dei membri non fosse “ufficialmente” fascista (Pantaleo Tortoroglio, Francesco Donato, Giuseppe Ferrua, Antonio Cravero e Luigi Icheri), come anche nel direttivo del Ritiro Figlie Maestre di Cherasco, dove c’era ancora tale Felice Brogni che rifiutava (!) la tessera.
Nel 1935 i venti di guerra e di devastazione cominciarono a soffiare in tutta Italia e anche a Cherasco, ancora sanguinante per le ferite riportate dal primo conflitto mondiale, la vita cambiò quasi all’improvviso, con la ripresa costante e metodica delle esercitazioni dell’esercito. Dispacci militari ripresero a diventare l’ordine del giorno.
Ci si preparava, con gli echi dell’altra guerra ancora nella testa e il pensiero a quello che di lì a poco sarebbe capitato. Anche partecipando alle campagne di colonizzazione tanto care al fascismo. Molti Cheraschesi che andarono a combattere in Africa tornarono poco entusiasti di quello che avevano visto.
Lo stretto rapporto dell’Italia con Germania e Austria e l’appoggio alle “leggi razziali”, poi, furono la goccia che fece traboccare il vaso, e che portò Cherasco, quasi subito, ad abbracciare le idee liberali della Resistenza.

Gli anni '50

Flavio Russo ci svela qualche retroscena del periodo forse più importante della gloriosa Cheraschese 
Da un’ infinità di particolari, a volte addirittura non raccontabili ai ragazzi di oggi per l’assoluta loro incapacità di crederli veri, capisco che quei fotogrammi, nella mia mente, o, meglio, nella mia anima, appartengono, per lo più, agli Anni ’50: gli anni comunque spensierati dell’infanzia della mia generazione 
Anche quelli del “fulbal” avevano un altro tempo per giocare, per guardare, per discutere. Una partita durava l’intera settimana, e si giocava in tutta la città: il Campo Emilio Roella, appena fuori Porta Narzole, non era che il prato irregolare sul quale i NEROSTELLATI si battevano contro le altre squadre.

Ma la partita continuava, ogni sera, ogni intervallo di pranzo, nei Caffè: da “Mano” e dell’”Aquila d’Oro” e nei Bar “ Centro” e “Italia”.
Nelle osterie no; quelli delle osterie si intrigavano meno di “fulbal”; piuttosto di semine , o di vitelli, o di scommesse assurde e divertenti.
E in ognuno dei locali se ne parlava, anzi: se ne litigava, con tono e con competenza diversa.

Già, perché da “Mano” si ritrovavano i dirigenti, i finanziatori della squadra, coloro che avevano anche visto qualche partita grossa a Torino: a me, che abitavo davanti a San Gregorio, giungeva, fino a notte, la voce possente di papà Monchio, sempre pronto a confrontare il Cherasco con la Juventus; e a contrastarlo, o ad assecondarlo, erano il dottor Gallo, Renzo Bottero, i giovani borghesi ancora abbastanza presenti in Città, e Pino e Giorgio Avagnina, formidabili “cissatori” di animi bollenti.L’Aquila era frequentata da pochi abitudinari per il gioco delle carte: i fratelli Bonfante, il signor Colombo, a volte il Fattore Polenghi.
I fotogrammi più impressi nella mia memoria sono quelli ambientati al “Centro”, da sempre abitato dai giovani e dagli uomini del popolo, e da sempre straripante sotto i portici di sinistra; lì stazionavano i tifosi più accaniti, e lì incontravano quasi tutti i giocatori del presente e del passato.

La partita vecchia durava, in Città, fino al sabato pomeriggio, quando si incominciava a “ruse” per la partita di domani, in casa o esterna che fosse, su come avrebbe dovuto essere giocata. La locandina era già stata stampata, da giorni, dal tipografo Raselli, e affissa per ogni dove.
Gli interrogativi si inseguivano: “O j’elo n’forma Mario Bo?”, “E r’ginoj d’Masino?”, “ E Valpreda, o r’alo r’permes?”,. Valpreda era un forte del “fulbal”, comprato dal Cherasco, che faceva il soldato a Bra, e che, per questioni di ragazze, era sempre punito.”Vaje a parlè ar Marescial Russo!”.
“Va a cerchè Giniat r’capiatani!”, e, con la complicità della gerarchia, il fedifrago arrivava appena in tempo per cambiarsi.
In Casa Roella, dove, con la compiacenza del Maestro Giovanni, “si cambiava” la squadra di casa; sotto, vicino alla fabbrica delle gazzose di Meo, che qualche bottiglia la lasciava passare oltre l’androne. Da Casa Roella al campo, erano cinquanta passi, e i NEROSTELLATI li percorrevano tra due ali di ragazzini, con il gagliardo passo degli eroi, ticchettanti coi tacchetti sui sassi del viale non ancora asfaltato. La squadra ospite “si cambiava” al “Pesce d’Oro”Il “Pesce” era spesso assediato, dopo le partite, specialmente quelle perse, perché là si cambiava anche l’arbitro. Il Campo Roella ebbe, a un certo punto, una recinzione mobile in legno e tela di sacco, tanto per poter racimolare qualche liretta dagli ingressi Il limite bianco del campo, in polvere di calce, era chiuso da corde d’acciaio rette da pali di ferro: barriera, a volte, solo teorica, per gli spettatori regolarmente in piediTra un tempo e l’altro, il dottor Gallo, magari con il giovanissimo Teresio Morra, passava col cappello, o con un cestino, a raccogliere rachitiche offerte supplementari.

Nei giorni feriali, le corde d’acciaio servivano per appoggiare i pullover, a righe senza maniche, ai ragazzini che incominciavano a calciare, sognando la prima squadra.
Ricordo, non senza un brivido di invidia retrospettiva, i più giovani della grande famiglia Genesio, i miei coetanei gemelli Mazzola, Tonino Piovano, Franco Torta; persino un piccolissimo Mino Marengo. 

Al Roella, però, i ragazzi giocavano solo nei giorni in cui era chiuso l’Oratorio, la vera “arena” del “fulbal”cheraschese. Il calcio, all’Oratorio, era quasi una battaglia. Le squadre, formate con il “ bin bun ban”, cercando di “trassare” per accaparrarsi i più forti, si giocava sulla terra gnocca e sassosa, in una spessa nuvola di polvere, o nella “paota” ancora umida, senza esclusione di colpi micidiali, tra “corner e opsei”, con i piedi roventi nelle Superga sfilacciate, se non nei sandali fratini. E tutti in gara per la selezione della squadra vera, quella degli “Edelweiss”, quella che Don Emilio schierava, ogni anno contro i NEROSTELLATI, in un derby cittadino che ricreava, qui, in clima agrodolce e tanto caro dei film con Peppone e Don Camillo. Già, dietro la Sportiva c’era il “Circolo del Fiore”, il covo dei laici liberali, in fama di essere dei “barbet”.

Ma la molla più potente che spingeva i ragazzi verso il “fulbal” era quella fornita dalle ragazze; affare difficile, allora, le ragazze, mica come adesso!. Era come un altro lavoro, quello delle ragazze: bisognava “starci dietro”, e con tanti sotterfugi e tante di quelle parole, che l’essere un NEROSTELLATO  tagliava via di brutto. Gli eroi hanno diritto da sempre alle belle!

Gli anni '70

Gli anni Settanta rappresentarono una tappa cruciale nella vita della Cheraschese: per la prima volta nella sua storia, infatti, la squadra approdò in Promozione, e crebbe in tutti, contemporaneamente, la voglia di vedere – e allestire – una formazione sempre più competitiva, in grado di poter vincere anche nella nuova categoria. Così arrivarono i primi rinforzi da fuori, come Zanfei, Galvagno, Brero, Fenocchio, Ciravegna, Pennella, Bergesio, Rovera, Nascimbene e Palermo che andaarono a rinfoltire una squadra già competitiva, che aveva nei mitici fratelli Mazzola, in Lanzardo e in Franco Torta ed Ernesto Genesio lo zoccolo duro, di sangue cheraschese. 

La squadra, che l’anno prima era salita di categoria con Gandolfi in panchina e grazie al cannoniere Mario Palermo, nel 1970 venne rilevata da Oderda, ex giocatore e capitano del Cuneo quando era in serie C, uno dei pochi a quei tempi ad essersi avvicinato e ad aver conosciuto il mondo del professionismo. Entrò subito nelle grazie della città, sicuramente avvantaggiato dalle prestazioni di un gruppo molto valido, che giocava un calcio spregiudicato, molto offensivo, fatto di rapidi inserimenti sulle fasce. 

Oderda rimase due anni, il tempo nel campionato 1972-’73 di sfiorare la storica promozione in serie D: ma la Sportiva cadde prima a Chieri poi ad Acqui; anche per colpe non sue (ma le polemiche è meglio lasciarle al passato…), e la festa per la storica promozione venne rinviata, ma solo di pochi anni. La stagione successiva ci provò Sommaruga, ma nonostante un gran campionato la maledizione si ripeté: la Cheraschese arrivò nuovamente seconda, e neanche il ritorno, l’anno dopo (1974), di Oderda, il tecnico della prima Promozione, sulla panchina Nerostellata, riuscì più a cambiare l’inerzia del cammino della squadra. 

A metà degli anni Settanta la Cheraschese subì a livello dirigenziale un cambio generazionale: il dottor Gallo, figura storica, lasciò la poltrona di presidente ad Aimo Dante, un’altra figura importante della centenaria società. Aimo ebbe  il gran merito di coagulare attorno a sé, nei cinque anni della carica, un notevole e “pensante” gruppo di dirigenti, allestendo sempre squadre molto competitive formate da ottimi giocatori e tecnici. In quegli anni un altro giocatore di Cherasco s’impose per le sue grandi capacità: Walter Agnelli, una vita da mediano, che dimostrò in breve tempo di possedere personalità ed un innato senso tattico. Anche lui è passato alla storia come uno dei giocatori più rappresentativi degli Anni ‘80/90. Si avvicinarono all’epoca giovani dirigentii tra i quali Giancarlo Merlo, Beppe Capra e Antonino Genta. Con lui i tifosi ricordano maggiormente e con tanta simpatia i portieri Berto, Comelato, Fadin, Rossi e David, i difensori Manarini, Colombino, Cos, Dezio e Bellotti, i centrocampisti Francescon, Ventura, Mirisola, Frigo, Sommaggio e Mesiti, la mezzapunta Scardellato e gli attaccanti Arioli, Buscaglia e Losacco.

L’altra novità di rilievo di quegli anni fu la sempre maggior attenzione per la nascita, concomitante alla sempre più pressante richiesta che la Federazione faceva in proposito, di un vero e proprio Settore Giovanile: un vivaio formato da giovani cheraschesi che avrebbero dovuto, un giorno, esordire con la Prima Squadra, e che effettivamente, negli anni che seguirono, ricoprirono un ruolo importantissimo nell’esistenza della stessa, tanto da salvarla, alla metà degli anni Ottanta, dal ritiro dal campionato per mancanza di calciatori, giocando per un biennio senza prendere l’ombra di un rimborso spese. Furono la salvezza della Cheraschese. Negli Anni ‘80 esordirono già in prima squadra tre giovani del vivaio: l’attaccante Gianni Abrate, il difensore Mauro Borra e il tornante di fascia Mauro Saglietti.

Gli anni '80

Verso la metà degli anni Settanta anche la Cheraschese cominciò, come le società più importanti e blasonate delle serie maggiori, a coltivare un proprio settore giovanile, reclutando per la città i giovani migliori e desiderosi, un giorno, di poter indossare ufficialmente i mitici colori nerostellati. 
A capo del Settore, originariamente, c’era solo la caparbietà di Bruno Costamagna, che, senza ombra di dubbio, si può considerare il “padre ufficiale” del vivaio. Il settore giovanile aprì i battenti nella stagione 1976-’77, ma i primi anni servirono più che altro a forgiare il nuovo nucleo di ragazzi “fatto in casa”, per cui si disputarono solamente tornei estivi e amichevoli (più raramente) durante l’anno.

Anni in cui la Cheraschese, abituata a campionati da protagonista in Promozione, doveva invece lottare fino all’ultima giornata prima di conquistarsi la salvezza in Prima Categoria. Nel1986 la squadra conquistò la permanenza nella serie dopo aver battuto il Luserna San Giovanni per 5-1. Fu grande festa allo stadio e per le strade della città, ma la cosa che restò maggiormente impressa fu che in quell’occasione si videro 11 cheraschesi in campo: evento che non succedeva da tempo, che fu permesso dall’infortunio del portiere titolare (l’unico non della città) a favore del secondo, Giampiero Vaira, cheraschese doc. L’anno successivo l’impresa si ripeté, grazie alla vittoria sul Perosa, naturalmente all’ultima giornata. Undici piccoli gladiatori (si metteva in  luce il giovanisssimo Fabio Torta) che avevano un’età media di 19-20 anni e che posero le basi per un futuro di nuovo ricco di soddisfazioni e promozioni. La stessa ossatura che “resistette” nel biennio ’85-’87, nel 1991 conquistò la seconda Promozione della storia (con Gobetti allenatore per un quadriennio) e nel1994, con Campanile seduto in panchina (e rinfoltita da altre nuove leve del Settore Giovanile), la storica promozione in Eccellenza.

Gli anni ‘80 videro la comparsa del primo sponsor sulle magliette dei calciatori. Sempre in quegli anni, i Nerostellati esordirono con il marchio Biemmedue sul petto: un sodalizio storico, che durò quasi vent’anni, tanto da far aggiungere al nome sociale “Unione Sportiva Cheraschese” quello della ditta stessa. Tradizione che è proseguita più avanti con l’accorpamento nel nome anche del nuovo sponsor, la Brc dei fratelli Costamagna. 

Dal 1987 al ’90 si posero le basi per un futuro più nobile, impreziosito dal (ri)passaggio prima in Promozione, poi per la prima volta in Eccellenza, avvenuto nel 1994. Nell’ordine, la Cheraschese si classificò quarta nel 1988, poi, con Gobetti allenatore, tre volte consecutivamente seconda in Prima Categoria. Il gruppo di quegli anni fu molto competitivo, ma non raccolse per quanto avrebbe potuto: a mancare fu un vero attaccante da 15-20 gol a campionato: unica pecca di una squadra che aveva il punto forte nel portiere, Roberto Sarale, di Fossano, classe 1962, che ancora adesso detiene il record prestigioso di 13 partite consecutive senza subire un gol, e in una difesa saracinesca, che contava soprattutto su due ragazzi di vent’anni (Giulio Campisi e Luca Dell’Anna) provenienti dall’Albese in prestito, che alla fine si fermarono a giocare con i colori nerostellati per tanti anni.

L’ultima fu quella buona e la società ritornò in Promozione, categoria che mancava da quasi otto anni: nel 1991, sotto la presidenza di Domenico Dogliani e l’attenta gestione del segretario Antonio Bergese, si riportarono in alto i sogni della società e dei suoi tifosi. Nel 1994 si raggiunse l’apoteosi: il primo posto nel campionato, e l’accesso all’Eccellenza. Un’attesa che durava da più di vent’anni, un’impresa firmata da Giulio Campanile, per tre anni – non consecutivi – tecnico della Sportiva. Nel 1998 Adelio Panero diventò presidente, affiancato dall’ex giocatore Aldo Genesio, come segretario e responsabile del settore giovanile e, anche se non riuscì a centrare l’obiettivo, ebbe l’indiscusso merito di aver valorizzato alcuni giovani e chiamato in panchina colui che, tre anni più tardi, riuscì a conquistare il tanto ambito primo posto finale. “Momo” Dogliani. Lo zoccolo duro, però, era tornato e nel 2001, sotto la presidenza di Luigi Monchio, fu di nuovo Eccellenza.

La maglia

Le caratteristiche ed affascinanti casacche nerostellate, dei giorni nostri, furono adottate dalla società dopo la Seconda Guerra Mondiale, prendendo spunto da quelle molto simili del Casale, che in quegli anni furoreggiava in serie C, facendo proseliti di consensi soprattutto tra le piccole realtà, come Cherasco, che non erano ancora state inghiottite dal triangolo calcistico di Torino-Milano-Genova.

Ma le prime maglie della Cheraschese furono azzurre pastello, colore non tanto scelto per un piacere cromatico, ma perché andava “per la maggiore” negli armadi del Maggior Emilio Roella, il fornitore “ufficiale” della squadra: l’unico che, del gruppo originario, a quei tempi poteva permettersi, grazie al suo lavoro nell’esercito, un guardaroba fornito. Per i calzoncini, invece, ci si doveva ancora arrangiare, anche due o tre di colori diversi andavano bene. Durante il periodo del fascismo vennero adottate, invece, solo per necessità, le divise nere: Roella era partito e bisognava a tutti i costi inventarsi qualcosa di ardito per recuperare casacche dello stesso colore. Furono quattro temerari della squadra ad andarsele a procurare, lecitamente, alla Casa del Fascio situata nel Palazzo Ponza di San Martino, chiedendole all’allora segretario del Fascio Tarditi, un veterinario locale. Ma il fascio all’altezza del cuore era troppo lugubre, troppo simbolico; tutto quel nero troppo triste, così, quando i tempi lo permisero, si ingentilì la maglia con una stella bianca.

Finita la Seconda Guerra, le prime amichevoli furono disputate con la maglietta nera con la stella bianca, se non che, nel 1946, il già citato Club del Fiore di Gallo, Bottero e Monchio, decise per il ritorno all’antico, con il vecchio colore azzurro slavato, ma ingentilito, sul lato del cuore, da un mazzolino di fiori, i caratteristici “non ti scordar di me”. Più avanti negli anni il problema che si pose fu come conciliare il colore nero della divisa (con calzoncini bianchi) con quella dell’arbitro, altrettanto nera: si adottò così, in molte circostanze, la maglia bianca, la seconda, quella da trasferta.